La famiglia, che oggi ha l’80% della società (diviso tra Santo, Donatella e la figlia Allegra), manterrebbe un ruolo in azienda Intanto il titolo perde il 9% a Wall Street

Il gruppo Versace diventa americano. Dopo la stretta delle trattative nel fine settimana, ieri sera al termine di una riunione fiume che si è protratta fino a tarda sera sono arrivate le firme. E oggi è atteso l’annuncio: la casa di moda passa a Michael Kors Holdings, gruppo del lusso quotato a Wall Street che un anno fa era salito all’onore delle cronache per l’acquisizione delle scarpe di Jimmy Choo.

Per avere il marchio della medusa, Michael Kors sarebbe disposto a una spesa piuttosto cospicua, attorno a 2 miliardi di dollari (1,7 miliardi, nella valuta europea) in una valutazione di 2,7 volte il fatturato, un multiplo in linea con le 2,8 volte mediamente utilizzate per valorizzare un’azienda del comparto. La Versace, dopo l’ingresso nel 2014 del fondo Blackstone col 20%, aveva accarezzato l’idea di quotarsi in Borsa. Negli ultimi 5 anni – anche con l’ad Jonathan Akeroyd arrivato due anni fa – il fatturato di Versace ha fatto un salto del 63% (a 668 milioni), 3 volte più della media delle altre società di moda, quasi ai livelli di Moncler. Ma nel contempo ha visto declinare la redditività, con la marginalità operativa sul fatturato scesa dal 10% del 2013 all’1%. Il che ha reso meno praticabile Piazza Affari.

Con una società comunque in grande espansione commerciale e in ottimo stato di salute patrimoniale (ha un capitale da 327 milioni con appena 50 milioni di debiti finanziari), si è così aperta la corsa al miglior offerente. I grandi gruppi, negli ultimi mesi, hanno tutti dato un’occhiata al marchio fondato da Gianni Versace e oggi presieduto dal fratello Santo. Hanno studiato il dossier i due colossi francesi Lvmh e Kering, per mollare il colpo di fronte alla cifra divenuta comunque elevata. Poi si sono confrontati gruppi come Tapestry e Tiffany. Kors alla fine si è avvicinato più degli altri alle richieste della famiglia e del fondo Blackstone che, con l’affare, uscirà di scena con una buona plusvalenza visto che quattro anni fa aveva valutato la società attorno agli 1,1 miliardi. Gli azionisti di Kors, che sborserebbe quasi il doppio, accusano il colpo e a Wall Street il titolo arriva a perdere l’8,5%. A vendere sarà la famiglia, ma comunque resterà nel capitale sebbene in una posizione di minoranza.

Fino a ieri il gruppo era controllato all’80% dalla Givi, holding la cui maggioranza del 50% più un’azione è posseduta da Allegra Versace Beck, figlia di Donatella Versace, sorella di Gianni che ha il 20%, mentre il 30% fa capo a Santo Versace. La famiglia, a quanto si raccoglie nelle indiscrezioni, non solo resterà nel capitale ma continuerà pure ad avere un ruolo di primo piano nella società, dove oggi Donatella è direttrice creativa e Santo presidente. Per oggi sono stati convocati i dipendenti: a loro sarà spiegato il nuovo corso, per sopire le preoccupazioni montate nelle ultime ore per l’ennesimo marchio che prende il volo. Perfino il vicepremier Matteo Salvini si dice «stufo che i migliori marchi della moda, dell’alimentazione, della tecnologia italiana vengano comprati all’estero». Nel mondo della moda la tendenza è particolarmente visibile, visto che – come risulta dai dati raccolti dagli analisti di R&S Mediobanca, su 146 aziende del settore con una fatturato superiore ai 100 milioni di euro, ben 58 di esse – 59, se contiamo la Versace – sono in mani straniere: in sostanza il 40% del totale. L’esempio più recente è quello di Loro Piana, entrata nell’orbita di Lvmh come pure in passato Pucci, Fendi, Bulgari e Acqua di Parma. La Kering di François-Henri Pinault, annovera Gucci, come Bottega Veneta, Brioni e Pomellato. Valentino è del fondo del Qatar Mayhoola. Krizia è stato comperato quattro anni fa dai cinesi di Marisfrolg. Un escalation, a leggere i nomi in sequenza.

«È una tendenza in atto che sta aumentando – conferma Teri Naccarato, director moda e lusso di Boston Consulting Group -. Il punto è che per molti marchi storici nati da imprese familiari il modello di business è radicalmente cambiato: ammodernare il catalogo, creare nuovi prodotti o lavorare sul marketing non è più sufficiente». Occorre – aggiunge – « una porta di ingresso ai nuovi mercati che si chiamano Asia e Medio Oriente, ma che sono anche digitali. Servono i luoghi giusti, ed economie di scala che solo i grandi gruppi possono assicurare».

 

lastampa.it

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